Σάββατο, 5 Φεβρουαρίου 2011

ANTONIO GRAMSI:IL MATERIALISMO STORICO E LA FILOSOFIA DI BENEDETTO CROCE

PUNTI DI RIFERIMENTO
i. Introduzione: α) Appuntì metodici; β) l'uomo di partito: il partito come risoluzione pratica di problemi particolari, come programma organico po­litico (collaborazione al « Giornale d'Italia » conservatore, a « La Stam­pa », ecc., a a Politica »); il partito come tendenza generale ideologica, come forma culturale; γ) Croce e G. Fortunato come « fermenti » (più che guide) dei movimenti culturali italiani dal '900 al 1914 (« Voce », « Unità », ecc., fino a « Rivoluzione Liberale »); δ) l'atteggiamento del Croce durante la guerra mondiale come punto di orientamento per com­prendere i motivi della sua attività posteriore di filosofo e di leader della cultura europea.

Alcuni criteri generali metodici. Conviene, in un primo momento, studiare la filosofia del Croce secondo alcuni criteri affermati dallo stesso Croce (criteri, che a loro volta, fanno parte della concezione generale stessa) :
1) Non cercare nel Croce « un problema filosofico generale », ma vedere nella sua filosofia quel problema o quella serie di problemi che più interessano nel momento dato, che cioè sono più aderenti alla vita attuale e ne sono come il riflesso: questo pro­blema o serie di problemi mi pare sia quello della storiografia da una parte e quello della filosofia della pratica, della scienza politica, del­l'etica, dall'altra. 
2) Occorre studiare attentamente gli scritti « minori » del Croce, cioè oltre le opere sistematiche e organiche, le raccolte di articoli, di postille, di piccole memorie, che hanno un maggiore e più evidente legame con la vita, col movimento storico concreto.
3) Occorre stabilire una « biografia filosofica » del Croce, cioè identifi­care le diverse espressioni assunte dal pensiero del Croce, la diversa impostazione e risoluzione di certi problemi, i nuovi problemi sorti dal sub lavorio e impostisi alla sua attenzione, e per questa ricerca appunto è utile lo studio de; suoi scritti minori, nella collezione della « Critica » e nelle altre pubblicazioni che li contengono; la base di questa ricerca può essere data dal Contributo alla critica di me stesso e dagli scritti, certamente autorizzati, di Francesco Flora e di Gio­vanni Castellano,
4) Critici del Croce: positivisti, neoscolastici, idea­listi attuali. Obbiezioni di questi critici.
   i) // Croce come uomo di partito. Distinzione nel concetto di partito: Il partito come organizzazione pratica (o tendenza pratica) cioè come strumento per la soluzione di un problema o di un gruppo di problemi della vita nazionale e internazionale. In questo senso il Croce non appartenne mai esplicitamente a nessuno dei gruppi libe­rali, anzi esplicitamente combatté l'idea stessa c il fatto dei partiti permanentemente organizzati (Il Partito come giudizio e pregiu­dizio in Cultura e vita morale; saggio pubblicato in uno dei primi numeri della « Unità » fiorentina) e si pronunziò a favore dei movimenti politici che non si pongono un « programma » definito, « dogmatico », permanente, organico, ma tendono volta per volta a risolvere problemi politici immediati. D'altronde tra le varie tendenze liberali il Croce manifestò la sua simpatia per quella conservatrice, rappresentata dal « Giornale d'Italia ». Il « Giornale d'Italia » non solo per lungo tempo pubblicò articoli della « Critica » prima che i fascicoli della rivista fossero divulgati, ma ebbe il « monopolio » delle lettere che il Croce scriveva di tanto in tanto per esprimere le sue opinioni su argomenti di politica e di politica culturale che lo interessavano c intorno ai quali riteneva necessario pronunziarsi. Nel dopoguerra anche « La Stampa » pubblicò le primizie della « Critica » (o di scritti del Croce pubblicati in Atti accademici), ma non ebbe le let­tere che continuarono ad essere pubblicate dal « Giornale d'Italia » per il primo e furono riprodotte dalla « Stampa » e da altri giornali.
    ii) Il partito come ideologia generale, superiore ai vari aggruppa­menti più immediati. In realtà il modo di essere del partito liberale in Italia dopo il 1876 fu quello di presentarsi al paese come un « ordine sparso » di frazioni e di gruppi nazionali e regionali. Erano frazioni del liberalismo politico tanto il cattolicismo liberale dei popolari, come il nazionalismo (il Croce collaborò a « Politica » di A. Rocco e F. Coppola), tanto le Unioni monarchiche come il partito repubblicano e gran parte del socialismo, tanto i radicali democratici come i conser­vatori, tanto Sonnino-Salandra, come Giolitti, Orlando, Nitti e Co. Il Croce fu il teorico di ciò che tutti questi gruppi e gruppetti, camarille e mafie avevano di comune; il capo di un ufficio centrale di propaganda di cui tutti questi gruppi beneficiavano e si servivano, il leader nazionale dei movimenti di cultura che nascevano per rinnovare le vecchie forme politiche.

Croce e Fortunato. Come è stato osservato altrove, il Croce divise con Giustino Fortunato questo ufficio di leader nazionale della cultura liberale democratica. Dal 1900 al 1914 e anche dopo (ma come risoluzione) Croce e Fortunato apparivano sempre ispiratori (come fermenti) di ogni nuovo movimento giovanile serio che si pro­ponesse di rinnovare il « costume » politico e la vita dei partiti bor­ghesi: cosi per la «Voce», «l'Unità», «L'Azione Liberale», «La Patria » (di Bologna) ecc. Con la « Rivoluzione Liberale » di Piero Gobetti avviene una innovazione fondamentale: il termine «libera­lismo » viene interpretato nel senso pili « filosofico » e più astratto e dal concetto di libertà nei termini tradizionali della personalità indi­viduale si passa al concetto di libertà nei termini di personalità col­lettiva dei grandi gruppi sociali e della gara non più tra individui ma tra gruppi. Di questo ufficio di leader nazionale del liberalismo occorre tener conto per comprendere come il Croce abbia ampliato il cerchio della sua influenza direttrice oltre l'Italia, sulla base di un elemento della sua « propaganda » : quello revisionistico.
Atteggiamento del Croce durante la guerra mondiale[1]. L'atteggia­mento del Croce durante la neutralità e la guerra indica quali interessi intellettuali e morali (e quindi sociali) predominano anche oggi nella sua attività letteraria e filosofica. Il Croce reagisce contro l'impostazio­ne popolare (con la conseguente propaganda) della guerra come guerra di civiltà e quindi a carattere religioso, ciò che teoricamente dovrebbe portare all'annientamento del nemico. II Croce vede nel momento della pace quello della guerra e nel momento della guerra quello della pace e lotta perché non siano mai distrutte le possibilità di me­diazione fra i due momenti. La pace dovrà succedere alla guerra e la pace può costringere ad aggruppamenti ben diversi da quelli della guerra: ma come sarebbe possibile una collaborazione tra Stati dopo lo scatenamento di fanatismi religiosi nella guerra? Ne risulta che nessuna necessità immediata di politica può e deve essere innalzata a criterio universale. Ma questi termini non comprendono  catta­mente l'atteggiamento del Croce. Non si può dire, infatti, che egli sia contro l'impostazione « religiosa » della guerra in quanto ciò è necessario politicamente perché le grandi masse popolari mobilitate siano disposte a sacrificarsi in trincea e a morire: è questo un pro­blema di tecnica politica che spetta di risolvere ai tecnici della poli­tica. Ciò che importa al Croce è che gli intellettuali non si abbassino al livello della massa, ma capiscano che altro è l'ideologia, strumento pratico per governare, e altro la filosofia e la religione che non deve essere prostituita nella coscienza degli stessi sacerdoti. Gli intellettuali devono essere governanti e non governati, costruttori di ideologie per governare gli altri e non ciarlatani che si lasciano mordere e avvele­nare dalle proprie vipere. Il Croce quindi rappresenta la grande politica contro la piccola politica, il machiavellismo di Machiavelli contro il machiavellismo di Stenterello. Egli pone se stesso molto in alto e certamente pensa che anche le critiche furibonde e gli attacchi personali i più selvaggi sono « politicamente » necessari e utili perché questa sua alta posizione sia possibile da mantenere. L'atteggiamento di Croce durante la guerra può essere paragonato solo a quello del Papa, che era il capo dei vescovi che benedicevano le armi dei tedeschi e degli austriaci e di quelli che benedicevano le armi degli italiani e dei francesi, senza che in ciò ci fosse contraddizione[2] 1.
Questo stesso atteggiamento che non è privo di inconvenienti lo si trova in Croce verso il modernismo. Di fatto, poiché non è possi­bile pensare un passaggio delle masse popolari dallo stadio religioso a quello « filosofico », e il modernismo praticamente erodeva la mas­siccia struttura pratico-ideologica della Chiesa, l'atteggiamento del Croce servì a rinsaldare le posizioni della Chiesa. Così il suo atteggia­mento « revisionistico » servì a rinsaldare le correnti reazionarie. Al Labriola che glielo faceva notare il Croce rispondeva : « Quanto alla politica e ai conati reazionari, caveant consules ». Cosi il suo avvici­narsi a « Politica » nel 1920 e i suoi veri e propri atteggiamenti pra­tici: discorsi, partecipazione al governo Giolitti, ecc. La posizione di « puro intellettuale » diventa o un vero e proprio « giacobinismo » deteriore (e in tale senso, mutate le stature intellettuali, Amadeo [3] può essere avvicinato al Croce, come forse non pensava Jacques Mesnil) o un « ponziopilatismo » spregevole, o successivamente l'uno e l'altro, o anche simultaneamente l'uno e l'altro.
Per la guerra si può riferire al Croce l'osservazione di Lyautey: in realtà il sentimento nazionale dei sedicenti nazionalisti è « tempe­rato » da un cosmopolitismo talmente accentuato, di casta, di cultura ecc. che può essere ritenuto un vero e proprio strumento di governo e le sue «passioni» essere ritenute non immediate, ma subordinate al possesso del potere.
La biografia politico-intellettuale del Croce non è raccolta tutta nel Contributo alla critica di me stesso. Per ciò che riguarda i suoi rapporti con la filosofia della prassi, molti elementi e spunti essenziali sono disseminati in tutte le opere. Nel volume Cultura e Vita morale (2a ed., p. 45, ma anche in altre pagine, come quelle in cui spiega l'origine delle sue simpatie per il Sorel) egli afferma che, nonostante le sue tendenze naturaliter democratiche (poiché il filosofo non può non essere democratico), il suo stomaco si rifiutò di digerire la demo­crazia, finché essa non prese qualche condimento di filosofia della prassi, la quale « cosa notissima, è imbevuta di filosofia classica te­desca ». Durante la guerra egli afferma che questa è proprio la guerra della filosofia della prassi [4].

 [1]Scritti di Croce in proposito raccolti nelle Pagine sulla guerra (Laterza, 2a  ed. accresciuta); sarebbe interessante però rivederli nella prima stesura, a mano a mano che furono pubblicati nella « Critica » o in altri periodici e tener conto delle altre quistioni di carattere culturale e morale che contemporaneamente inte­ressavano il Croce e mostrano a quali altri svolgimenti connessi più o meno diret­tamente alla situazione bellica egli credeva necessario reagire.

Cfr. Etica e Politica, p. 343: « Uomini di Chiesa, che qui bisogna inten­dere, come la Chiesa stessa, ecc. ».
 [2] 
 [3] Amadeo Bordiga [iV. d. R.].

 [4]Cfr. l'intervista col Croce del De Ruggiero riportata nella « Revue de métaphysique et de morale », le Pagine di guerra c l'introduzione del 1917 al Materialismo Storico ed Economìa Marxistica. 







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