Δευτέρα, 11 Μαρτίου 2013

MIΧΑΛΗΣ ΜΑΝΤΑΚΑΣ


 Una settimana dopo i luttuosi fatti di Via Ottaviano il quoti­diano comunista «Paese Sera» inviava ad Atene il suo cronista Franco Tintori, dandogli mandato di scoprire «a qualsiasi costo» e quindi accertare definitivamente, gli ideali antifascisti della fa­miglia Mantakas.
L'8 marzo, una settimana dopo che Mikis era morto, Tintori iniziava così la sua corrispondenza dalla capitale greca: « Quel venerdì 28 febbraio a via Ottaviano a Roma, Mikis Mantakas, 22 anni, studente greco, quinto anno di medicina, non venne colpito a caso. La tesi di Mantakas vittima designata può essere un az­zardo, ed è certamente tutta da dimostrare. Ma alcuni suoi con­giunti la sostengono a spada tratta e con loro ne sono persuasi numerosi amici di famiglia. Ad Atene si parla ancora di CIA. di trame eversive per quanto è successo a Roma, ed il convincimen­to è talmente radicato che la vicenda di Mantakas si è preferirò liquidarla sui giornali locali in poche righe».
Quello di Tintori altro non era che l'ennesimo tentativo della stampa comunista di pescare in un non meglio identificato «tor­bido ambiente», col neppure tanto nascosto intento di dimostrare che ad uccidere Mantakas erano stati i «fascisti», per fargli paga­re chissà quale tradimento o altra colpa. 

  Su questa stessa falsa riga, mercoledì 5 marzo, Antonio Capranica aveva scritto su « L'Uni­tà»: «Si cerca intanto di mettere a fuoco la personalità del giova­ne greco rimasto ucciso. Alcuni torbidi elementi rendono certo com­plessa questa opera di ricostruzione. Alcuni conoscenti dello studente affermano, ad esempio, che Mantakas riceveva in continuazione somme — anche di notevole entità — dal FUAN, l'organizzazione universitaria missina. Di recente, il giovane si sarebbe rifiutato di restituire una somma più elevata del solito, sembra due o tre milioni. È certo che per fare integralmente luce sul cruente epi­sodio di venerdì scorso è necessario accertare anche tutti questi fatti».
Ma tutta questa ingegnosa e fantasiosa costruzione, compresa la sua fantomatica appartenenza alla CIA, cadde quando dalla voce di tutti coloro che lo conoscevano, apparve nella sua chiarez­za e semplicità la figura e la personalità di Mikis Mantakas.
Era nato ad Atene il 13 luglio 1952 da una famiglia benestan­te che abitava in un quartiere residenziale della capitale greca, il Papagos, una zona borghese sorta tramite cooperative di militari. Il padre, un generale di vecchio stampo dell'esercito greco, era sinceramente legato alla monarchia. Dopo la caduta di re Costan­tino, aveva preferito allontanarsi dal servizio attivo; la sua fedeltà a re Costantino e le precarie condizioni di salute, era infatti soffe­rente di cuore, lo avevano indotto alla richiesta di essere posto in pensione.

Contrariamente a quanto ebbero a scrivere molti giornali, Mikis Mantakas non ebbe mai dissapori con la famiglia per le sue idee, infatti il padre, pur non condividendole, proprio per la fe­deltà agli ideali monarchici che aveva sempre seguito nella sua carriera di ufficiale, non aveva mai influenzato le idee politiche  del figlio. I loro rapporti si erano sempre basati sulla libertà e sulla reciproca amicizia, tanto è vero che quando Mikis nel set­tembre del 1969 espresse il desiderio di venire in Italia per lau­rearsi in medicina, il padre non si oppose assolutamente alla ri­chiesta del figlio, anzi lo agevolò nei suoi intenti. L'unica cosa che gli chiese, come è ovvio per qualunque genitore, fu soltanto quella di studiare e di laurearsi. Così alla fine del 1969 Mikis si trasferì in Italia, animato anche dalla sua unica vera passione, quella di viaggiare e vedere Paesi nuovi. Aveva scelto il nostro Paese proprio perché a Roma uno zio gestiva una clinica privata e, fra i suoi progetti, aveva intenzione di laurearsi nel più breve tempo possibile e di entrare nel corpo medico della clinica.
La sua decisione di lasciare la Grecia e quindi la sicurezza economica e sociale per venire a studiare in un Paese di cui non conosceva bene neanche la lingua, fu una scelta coraggiosa det­tata dalla convinzione radicata di volersi costruire nella piena libertà personale il suo avvenire.
Così Mikis, pieno di speranze e di illusioni, giunse dapprima a Bologna dove rimase fino al terzo anno di Medicina.
Qui cercò subito di crearsi amicizie fra i suoi coetanei, soprat­tutto fra i connazionali greci, tentando di stabilire con loro un rap­porto umano e di amicizia. Pur essendo un convinto anticomunista, atteggiamento del quale non fece mai mistero, in questo pe­riodo Mikis non si occupò mai di politica; voleva realizzare solo ciò che desiderava, pensando caso mai a divertirsi insieme agli amici, come qualsiasi ragazzo della sua età avrebbe fatto. 
 Ben presto fu preso di mira da un altro gruppo di greci comunisti e si trovò coinvolto, pur senza volerlo, negli antagonismi politici, e proprio per il suo dichiarato anticomunismo, fatto oggetto di insulti e di provocazioni; più volte inoltre gli venne impedita la frequenza all'Istituto di Biologia, nota roccaforte degli extraparlamentari di sinistra. Mikis, come era nel suo carattere, non rispondeva alle of­fese, preferiva evitare qualsiasi discussione piuttosto che accettare la violenza e l'odio di parte. Di questo suo atteggiamento così re­missivo, ma profondamente pacifico nelle intenzioni, è sintomatico un episodio di cui rimase vittima e in seguito al quale preferì con­tinuare gli studi a Roma.Durante una manifestazione di comunisti all'Università di Bo­logna, si trovò a passare per caso in mezzo a loro; alcuni greci, che lo conoscevano e sapevano delle sue idee, lo indicarono come « fascista greco » come « provocatore ». Immediatamente i picchiatori si lanciarono su di lui e tentarono di linciarlo. Riportò numerose  ferite e fu ricoverato con una prognosi di 40 giorni. In seguito a uest'episodio, per il quale gli rimase una cicatrice sulla fronte, intervenne direttamente il console greco al fine di identificare i  responsabili dell'accaduto. Mentre gli amici di Mikis lo consigliavano di identificare, tramite le fotografie che gli vennero mostrate,  i responsabili dell'aggressione, il giovane studente preferì rinunciare a quella che considerava una inutile vendetta personale. Il suo  fu un atteggiamento non dettato dalla paura ma determinato soltanto dalla profonda avversione che Mikis aveva della violenza. 
In  seguito ricevette ulteriori minacce e così, per evitare altri incresciosi incidenti, essendo ormai all'Ateneo di Bologna tacciato di  «fascismo», preferì trasferirsi a Roma con due suoi amici.


Nella capitale, i tre all'inizio alloggiarono all'albergo del « Po­polo » in via dei Piceni, mentre in seguito presero in affitto un appartamentino nei pressi di via Lanciani, del quale dividevano le spese.
Il padre di Mikis gli inviava ogni mese un assegno di L. 157.000,il massimo che la legge greca permettesse di fargli pervenire.  Parte di quest'assegno gli serviva per pagare l'affitto e per le fre quenti telefonate che Mikis faceva alla famiglia. Anche a Roma  come a Bologna cercò subito un ambiente umano dove poter fare  nuove amicizie, un gruppo di giovani dalle sue stesse idee da fre quentare. Pur non essendo iscritto al Movimento Sociale aveva trovato nei giovani del FUAN quello che lui cercava; un suo amico  dirà: « Partecipava a tutte le nostre manifestazioni solo perché ci  andavamo anche noi ». Durante una festa organizzata dai giovani  di destra aveva incontrato una ragazza iscritta all'organizzazione,  si erano messi insieme e dopo poco avevano iniziato a fare quello  che gli amici, quasi prendendoli in giro, definivano « progetti seri ».
L'avrebbe portata in Grecia ad agosto, per farle conoscere i genitori e per sposarla quindi a settembre.
Cominciava quindi a realizzarsi il suo sogno di stabilirsi defini­tivamente a Roma che lui considerava « la città più bella del mondo».
Le elezioni universitarie erano state per lui una svolta decisiva, le violenze e le aggressioni che i comunisti avevano compiuto in quei giorni lo avevano definitivamente convinto della necessità di una più impegnativa milizia politica. Per questo egli aveva sotto­scritto la lista presentata dal Fronte Anticomunista alla Facoltà di Medicina e Chirurgia e si era dedicato attivamente all'azione di propaganda.

I risultati positivi ottenuti nella Facoltà di Medicina e Chirurgia, si devono anche in buona parte, all'opera di convincimento che Mikis aveva compiuto tra i suoi colleghi e tra i suoi connazionali. Così questo suo maggiore impegno politico l'aveva portato ad in­teressarsi vivamente anche al processo per la strage di Primavalle contro gli aderenti di P.O. 


 
 Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo: Non poteva comprendere come altri suoi coetanei potessero tentare dì impedire lo svolgimento del processo contro i presunti responsabili di un così atroce attentato. La sera di giovedì 27 Mikis era stato al cinema insieme ad alcuni universitari del FUAN. 
Erano andati a vedere «Mondo Candido», l'ultimo lavoro di Jacopetti e Prosperi. All'uscita, commentando il significato del film, aveva detto: « per me è giusto morire per il proprio ideale, almeno è coerente . Non poteva immaginare che il giorno dopo anch'egli sarebbe morto per il proprio ideale. Non poteva immaginare che la mano di un suo coetaneo, armato dall'odio comunista, avrebbe tragicamente posto fine alla sua ancora giovane vita.
Venerdì mattina, si era quindi recato insieme agli altri suoi amici, al Palazzo di Giustizia a Piazzale Clodio dove aveva assistito ai primi episodi di violenza da parte dei comunisti. Verso mezzogiorno Mikis, che aveva appuntamento con la propria ragazza, cercò un assaggio in macchina verso il centro; non avendolo trovato decise di avviarsi verso la sede del MSI-DN in via Ottaviano dove si trovavano alcuni giovani del FUAN, i quali più facilmente avrebbero potuto accompagnare. Alle 13,25, proprio a via Ottaviano, Mikis Mantakas veniva colpito a morte. La sua lotta disperata per vivere, cesserà alle 18,49, in una fredda camera operatoria dell'ospedale S. Camillo.
I suoi genitori apprenderanno la notizia solo il giorno dopo: il padre Nicola ha una ricaduta del mal di cuore che lo affligge, tanto da non aver né la forza né il coraggio di venire in Italia. La madre Calliope dapprima si chiude in un tragico mutismo, poi anche lei, letteralmente inebetita dalla tragedia, subisce un grave collasso. Si rifiutano di parlare e di veder chiunque eppure, stranamente, l'avv. Venturi, legale e procuratore speciale della famiglia a Roma, si preoccuperà di divulgare un comunicato, attribuendolo ai genitori, ma che in effetti è opera dell'ambasciata greca a Roma. La salma di Mikis verrà traslata in Grecia mercoledì 5 marzo con un aereo della "Olimpie" la compagnia di aviazione ellenica. Anche in questo caso non mancherà il solito sciacallo; per oltre un'ora infatti, l'aereo rimarrà fermo sulla pista di Fiumicino poiché una telefonata anonima avvisa che a bordo vi è una bomba. Ad Hellynicon, il padre, in lacrime, attende l'arrivo della salma che verrà tumulata dopo una breve cerimonia al cimitero n. 3 di Atene nella tomba di famiglia. 

  Alla cerimonia assistono i parenti e numerosi amici. Un suo vecchio insegnante pronuncia l'orazione funebre di fronte alla folla in lacrime.
« È morto da innocente. E chi gli ha tolto la vita non amava l'altrùi libertà e nemmeno la democrazia». Intanto sui muri della capitale greca i giovani anticomunisti scrivevano a grandi lettere «Mantakas è vivo» «Avete ucciso l'uomo ma non l'idea». 

Nella descrizione di chi lo conosceva, Mikis era un ragazzo calmo, posato, gentile, amante della libertà e contrario ad ogni forma di violenza politica da qualunque parte essa provenisse. Era estremamente educato e rispettoso dei problemi e dei diritti altrui, amava l'Italia che considerava la sua seconda patria ed era convinto che solo i giovani idealisti e sinceri potevano riuscire a costruire in Italia, come in qualsiasi altra nazione, una società senza più violenze, più limpida e più bella. « Un amico coraggioso e semplice» così dirà uno dei tanti che lo hanno conosciuto «un ragazzo come tanti altri, ma più generoso, meno arrabbiato ». « Quando poteva, andava ad Atene a salutare il padre, la madre ed il fratello più piccolo, e non c'era volta, quando tornava, che non portasse a tutti noi piccoli regali, magari anche da pochi soìdi, ma che ora comprendiamo quanto fossero importanti». «Nessuno sarebbe mai riuscito ad odiarlo. Eppure l'hanno ucciso, è morto così ».



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