Παρασκευή, 11 Ιανουαρίου 2013

JULIUS EVOLA: SINTESI DI DOTTRINA DELLA RAZZA




1, - Razzismo di secondo grado. - La razza dell'anima. 
     (Ρατσισμός δεύτερου βαθμού- Η ράτσα της ψυχής)

JULIUS EVOLA:
SINTESI DI DOTTRINA DELLA RAZZA
Σελ. 310
Edizioni di Ar
Torniamo ora alla precisazione dei tre gradi della dottrina della razza. Come razzismo di secondo grado devesi considerare una teoria della razza dell' anima e una tipologia del­l'anima delle razze.(Ο ρατσισμός δεύτερου βαθμού υποδηλώνει  μια θεωρία  της φυλετικής ψυχής και μια τυπολογία της ψυχής των φυλών.) Un tale razzismo ha da in­dividuare gli elementi, a loro modo primari e irreducibili, che agiscono dall'interno, facendo si che gruppi di individui manifestino un co­stante modo d'essere o "stile" in fatto di agire, di pensare, di sentire. Qui si viene ad un nuovo concetto della purità razziale di un dato tipo: non si tratta più, come nel razzismo di primo grado, di vedere, se un dato individuo presenta quel dato gruppo di caratteristiche fisiche o, anche, genericamente caratteriologiche, che lo rendono conforme al tipo ereditario, ma si tratta di stabilire se la razza del corpo portata da un dato individuo è l'espressione adeguata, con­forme, della sua razza dell'anima, e viceversa. Se ciò si verifica, il tipo è puro anche ai sensi dell'indagine di secondo grado. La quale integra dunque i risultati di quella di primo grado, perché non considera più le varie caratteri­stiche corporee in astratto, in una semplice clas­sificazione, e quali potrebbero presentarsi anche in maschere, invece che in volti e individui viventi. Essa cerca invece di cogliere il loro segreto, vale a dire, ciò che esse esprimono, la (113 ) funzione secondo la quale esse sono assunte e per via della quale, di caso in caso, esse pos­sono anche significare una cosa diversa. Come abbiamo già accennato, un naso di una data forma e un cranio allungato, dolicocefalo, pos­sono riscontrarsi sia in un tipo delle razze de­rivate dal ceppo nordico, sia in un esemplare di razze africane: ma nell'uno e nell'altro caso è evidente che essi non hanno lo stesso signifi­cato. Inoltre, può accadere che un dato tipo abbia, ad esempio, prevalenti caratteristiche p. es. mediterranee in fatto di razza antropolo­gica del corpo —- tanto che il razzismo di primo grado lo assegnerebbe appunto alla razza me­diterranea o dell'uomo dell'Ovest: tuttavia la ricerca ulteriore può riscontrare, che quei tratti mediterranei, nel tipo in quistione, sono assunti in una funzione diversa di quella che normal­mente sarebbe da attendersi. Il tipo, di cui si parla, li usa per esprimere, invece, un'anima, un atteggiamento interno, che non è mediterraneo, ma p. es. nordico o levantino; cosa che dà agli stessi tratti un valore espressivo affatto diverso e conduce talvolta a certe distorsioni o altera­zioni dell'elemento esteriore mediterraneo, che alla ricerca di primo grado son quasi impercet­tibili o da essa son considerati irrilevanti e tra­scurabili, mentre per la ricerca di secondo grado rappresentano altrettante vie per cogliere la "razza interiore". Qui la fisiognomica, cioè lo studio del senso delle fisionomie umane, avrà una parte importante: 6ì svilupperà però in direzioni diverse di quella precedente, la quale concepiva ogni individualità separata­mente invece che come membro di una data comunità superbiologica, di una data razza del­l'anima. 
Έ su questo piano più alto che l'antropologia e la paleantropologia divengono preziosi ausi­liari per la ricerca degli elementi razziali pri­mari, entrati in composizione, sovrappostisi o scontratisi nei primordi delle civiltà. Per i com­piti più alti della dottrina della razza, non basta aver constatato la presenza, ad esempio, nelle origini italiche, di un dato numero di sche­letri e di crani tipici e, integrando tali ricerche con quelle archeologiche, poter affermare fon­datamente l'esistenza di un antico, puro tipo umano nordico-ario italico. Non si uscirebbe, con ciò, da un àmbito da museo. Bisogna, in più, far parlare questo tipo, penetrare quel che una data forma corporea esprime, ciò di cui una data struttura umana è simbolo. Cosa impossibile, senza passare nel dominio del raz­zismo di secondo e, in una certa misura, per­sino di terzo grado, discipline che lavorano con altri metodi di ricerca e utilizzano un altro or­dine di documenti e di testimonianze. 
Come razzismo di secondo grado si può con­siderare la cosiddetta Rassenseelekunde o "psi-antropologia" di L. F. Clauss, per quanto ri­guarda i suoi metodi e i suoi criteri generali. (Σαν ρατσισμός δεύτερου βαθμού , σε ότι αφορά τις μεθόδους του και τα γενικά κριτήρια ,μπορεί να θεωρηθεί η αποκαλούμενη "φυλετική ψυχολογία" του L. F. Clauss.) La necessità di una tale ricerca, dal Clauss è stata messa in chiaro con esempi convincenti. (115)
Si consideri, p. es. il fenomeno della compren­sione. Nella realtà si danno fin troppi casi di persone, che sono esattamente della stessa razza del corpo, dello stesso ceppo, talvolta perfino — come fratelli o padri e figli — dello stesso san­gue nel senso più reale, ma che purtuttavia non riescono a comprendersi. Una frontiera separa le loro anime, il loro modo di sentire e di vedere è diverso e contro di ciò la comune razza del corpo e il comune sangue nulla possono. Esiste una possibilità di comprensione, e quindi di vera solidarietà, di unità profonda, solo dove esiste una comune "razza dell'anima". Entrano in quistione, qui, clementi sottili, di una istin­tiva sensibilità. Mentre per lunghi anni di nulla si è sospettato, in una data circostanza può ac­cadere che una data persona col suo modo di agire ci dia la sensazione netta che essa "è di un'altra razza" e, allora, non vi è più nulla da fare con essa, potranno sussistere, con essa, rap­porti di varia natura, ma sempre presso ad un intimo ritegno, ad un' intima disianza. Essa "non è più dei nostri". Di solito, qui, si par­lava di carattere. L'espressione è vaga. Non vi è, infatti, un "carattere" in generale ma vi sono differenti modi, condizionati dalla razza interna, di apparire delle doti di carattere. Ad esempio, il modo di esser "fedele" di un essere di razza levantina è diverso da quello di un uomo di razza nordica o dinarica. Il modo di concepire l'eroismo di un uomo mediterraneo è diverso da quello di un Giapponese o di un Russo, per usare espressioni generiche e non entrar, qui, nelle precise denominazioni inerenti ad una dottrina della razza dell'anima. 






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