Πέμπτη, 6 Ιανουαρίου 2011

CHARLES MAURRAS:LE MIE IDEE POLITICHE

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5. ΤΟ ΕΡΓΑΤΙΚΟ ΖΗΤΗΜΑ ΚΑΙ Η ΚΟΙΝΩΝΙΚΗ ΔΗΜΟΚΡΑΤΙΑ.
ΤΙΤΛΟΣ ΠΡΩΤΟΤΥΠΟΥ
Mes idees politiques
ΕΚΔΟΣΕΙΣ
 VOLPE EDITORE 1969
 Σελ. 318
Pressappoco alla stessa epoca della nostra Rivoluzione, la grande industria aveva apportato, nascendo, un enorme contingente di nuovi beni, ma anche uno squilibrio che, lì per lì, non fu notato.
I capitani d'industria che presiedettero al progresso sen­za precedenti dell'immenso complesso dei macchinari rinno­vati dal vapore, erano buone menti, ardite e pratiche: il fatto è che non si resero conto di qual rinnovamento morale doveva accompagnare la trasformazione materiale conseguita. Si è detto che erano senz'anima. L'avevano, l'anima, come voi e me. La spiegazione va cercata altrove.
La gran novità della fabbrica moderna, vasto ingranaggio disumano, comportava un operaio senza radici, vero nomade sperduto in un deserto d'uomini,  con un salario che,(39)
quand'anche alto, era troppo variabile e non gli .assicurava nessuna difesa economica seria, la sua sorte « norì? dipen­dendo più dal suo impegno e dalla sua previdenza, ma da accidenti dei quali non era padrone »; la sua facoltà di discutere le condizioni di lavoro, limitata dalle sue condi­zioni di vita, il rifiuto del lavoro, che venisse da lui o dal datore, lo potevano ridurre alla morte senza scampo. Niente proprietà, niente statuto professionale, nessuna garanzia del­l'avvenire. E nessuna reale libertà. Da quel momento, qual che si fosse in origine il suo sentimento patriottico o il suo sentimento sociale, come impedire che l'operaio divenisse agente e zimbello delle rivoluzioni?
Tuttavia, il suo primo riflesso difensivo è stato normale: è ricorso alla procedura eterna dell'uomo, giacché stringen­dosi in lega coi suoi simili, promettendo loro di sostenerli purché lo sostenessero, s'è ingegnato di tramutare la sua debolezza in forza; s'è associato; per quella via s'è sforzato di discutere coi potenti di cui aveva bisogno, ma che avevan pure bisogno di lui, le clausole d'un contratto più libero e meno oneroso. Quel che si chiama con un bruttissimo no­me « solidarietà di classe », nella sua espressione assoluta non dà conto della realtà, le stesse classi potendo avere inte­ressi molto diversi. Ma questa sorta di raggruppamento ha rappresentato un riflesso di difesa vitale. Una qualche comu­nità era necessaria alla sua vita: questa non era la classe, ma la classe è sembrata corrispondere a tale necessità.
Non si riesamina senza orrore e pietà ciò che fu detto e fatto contro la più legittima delle associazioni dopo quel decreto Le Chapelier, promulgato nel 1791, che propriamen­te nega i « pretesi interessi comuni » del lavoro, in nome della democrazia politica e del suo individualismo contrat­tuale!
Le conseguenze furono amare.(40)
E tanto più amare per quanto più lungo fu il tempo che il legislatore del xix secolo ha impiegato per riconoscere i bisogni elementari del mondo operaio. Il pregiudizio giuri­dico ha sostenuto e coperto tutto quel che vi potè essere d'in­telligenza, di spirito di lucro o d'autoritarismo ingiustificato nella resistenza di certi datori di lavoro.
In fondo, il male fu incrementato ed è durato perché datore di lavoro, legislatore ed operaio vivevano tutti e tre nel medesimo errore politico: tutti e tre ritenevano d'essere,
e di dover essere, una Libertà e un'Uguaglianza ambulanti.
I loro diritti venivano formulati nell'identica maniera; na­turalmente, ciascuno li intendeva a modo suo. Se il più de­bole denunciava qualche enorme disuguaglianza, il più forte rispondeva che l'uguaglianza era, al contrario, soddisfatta e perfetta, se ognuno attendeva a fare esattamente ciò a cui si impegnava. Mai i termini d'una questione, viziati in tal misura, l'han più allontanata da ogni speranza di soluzione. Non poteva nascere che una barbara anarchia, perché le sue cause provenivano dall'alto, dal basso e dal mezzo rappre­sentato dai palazzi ufficiali della legislatura democratica.
Da questi Palazzi son uscite le leggi che accentuarono l'antagonismo e portarono agli estremi una guerra più che civile. Il loro governo di partito trovava un ausiliario per­fetto nella lotta di classe, nelle sue fazioni, nei suoi intrighi, nei suoi traffici, nelle sue sempre rinascenti insorgenze: in certe zone della Francia in cui non esisteva nessuna grande industria, ma dove v'erano classi come dappertutto, s'è visto confezionare il socialismo da capo a piedi, in un ufficio di prefettura, per il piacere d'un candidato. In altre zone, la democrazia sociale non aveva bisogno di propulsori ufficiali: essa trovava ogni agevolazione nelle leggi e nell'assenza di leggi per investire, agitare e pervertire i disgraziati ambienti operai. Monsieur de Roux ha narrato come la legislazione (41) del lavoro sia stata intrapresa a ritroso dal Secondo Impero e continuata alla stesso modo dalla Repubblica. La maniera in cui fu respinta nel 1884 l'idea di sindacati misti di padroni e d'operai ci ragguaglia sul pensiero e l'intenzione segreta del legislatore. Queste necessarie unioni erano ancora relegate nell'avvenire da Monsieur Millerand, nel 1904, allorché la giusta idea della cooperazione cominciava a venire in luce...
È legittimo che si dica che, nello stesso infelice periodo, capi, proprietari e padroni tentavano spesso con successo belle opere di filantropia e di carità. La serie delle loro gene­rose fondazioni è stata coronata, assai di recente, da quelle casse per le sovvenzioni familiari che fan loro lo stesso onore che, alla benevola collaborazione di certi gruppi reli­giosi, le belle opere dei giardini operai. Nondimeno, il grande padronato abbordò quasi esclusivamente l'accessorio della vita operaia. Invano fu scongiurato, da La Tour du Pin e dalla sua scuola, di prendere in considerazione l'essenziale. Ma, ahimé, poteva?
Aveva in testa tutto ciò che bastava per non capirne niente. Il movimento rivoluzionario del XVIII secolo non era riuscito a stabilire in Francia alcun ordine vitale per l'inadeguatezza delle sue idee direttive. Queste idee gli son sopravvissute, e sono puramente negative. Che siano inge­rite a dosi massicce o infinitesimali, esse han la sola virtù della critica e dell'insurrezione, non della composizione, non dell'organizzazione. V'è stato un antico regime, ma non v'è regime nuovo, v'è solo una stato d'animo che tende ad impe­dire a questo regime di nascere La Tour du Pin era alle prese con un ostacolo mentale e morale più forte della pas­sione ed anche dell'interesse.
Povera borghesia francese! Senz'esser tutta radicale come (42)  il suo legislatore ortodosso, né socialista come l'operaio sindacalizzato, questa borghesia professa e pratica una solu­zione di democratismo rivoluzionario. Se ne avessero la testa libera, gli imprenditori non si limiterebbero ad opere di beneficienza.
Certamente avrebbero avviato e promosso, ed in migliori condizioni, una loro propria organizzazione sindacale, ma, una volta stabiliti questi nuclei di difesa, ed essendo la situazione abbastanza chiara, si sarebbero accorti che erano in campo soltanto delle formazioni di combattimento e che, per la pace, bisognava completarle attraverso un'iniziativa possente che la rompesse con le strettoie dell'individualismo, superando i timori e rinnovando le gerarchie del consenso.
Era così difficile comprendere la necessità di un'associa­zione generale che riunisse tutti i fattori umani della pro­duzione? Non, certo, per negare quelle poderose divergenze d'interesse tradotte in acerbe proteste! Ma per prendere atto, dall'alto, con rigore e chiarezza, delle convergenze non meno forti create dall'immenso interesse comune l'ogget­to del loro lavoro —, principio di vita per tutti.
Perché, dall'umile, e sia pure il più umile, al più po­tente, e sia pur potentissimo, la comunanza d'interessi può e deve moderare gli antagonismi e ridurre le opposizioni al loro posto, che è subordinato. L'operaio siderurgico crede d'avere un interesse assoluto ad imporre il più alto salario possibile, e l'imprenditore siderurgico a trattenerlo più in basso possibile, ma tutti e due hanno lo stesso interesse, e più forte, ben più forte, a far sì che la loro comune spe­cialità, la siderurgia, sussista e sia fiorente.
Tanto più che l'economia industriale non opera affatto nel quadro del pianeta! Il pianeta non è un opificio, come si è preteso. Il quadro reale dell'economia è la Nazione. Se un determinato sciopero operaio ha fatto annullare le commissioni(43)  straniere ricevute dagli imprenditori francesi, que­ste commissioni son trasferite ad industrie d'oltre Mameà o d'oltre Reno, ed i nostri imprenditori non sono i soli a soffrirne: il lavoro ch'essi hanno perduto, l'hanno egual­mente perduto i nostri operai. Gli uni son privati d'utili, gli altri di salari. Se lo sciopero delle nostre miniere obbliga ad importare carbone, salari ed utili, perduti tra noi,, son recuperati all'estero a nostro danno. In breve, scapitiamo e guadagnamo insieme, padroni francesi ed operai francesi: ogni guerra tra sindacati padronali e operai incontra dunque il suo limite necessario nella comprensione della sorte co­mune, soggetta al comune denominatore nazionale. Che la disciplina ne sia misconosciuta, travisata od occultata, questo può essere effetto accidentale degli eventi, dei sistemi e dei loro conflitti, ma non è meno prodigioso che, né dagli attici padronali né dai pianterreni operai, nessuno abbia levato, col tono e il timbro di voce necessario, una naturale invoca­zione di pietà, di salvezza e di pace.
Come mai l'uno o l'altro degli interessati od entrambi non han detto e ripetuto:
Se dobbiamo lottare tra noi, non lottiamo che fino al punto in cui la lotta diviene mortale, e in cui diviene vitale sospendere le ostilità per aiutarci ed unirci. Se ammet­tiamo che le nostre unioni di classe abbiano avuto o serbino la loro ragion d'essere, completiamole attraverso delle unioni di mestiere. A queste ampie partizioni orizzontali dei padro­ni, dei tecnici, degli impiegati e degli operai, paragonabili alle fasce della latitudine terrestre, aggiungiamo delle partizioni verticali per comunicare tra noi, per organizzare i nostri contatti continui, per regolare quegli scambi normali di vedute che la natura e l'oggetto delle nostre industrie richie­dono: fusi di longitudine sociale che fendano ed attraver­sino gli spessi strati sovrapposti dell'antipatia e della reciproca (44)  ignoranza per le fatiche comuni a prò dell' economia del paese, he nostre divisioni conducono alla rovina totale della Casa francese: bisogna associare le sue forze conver­genti. Associamoci senza eccezione, dai più modesti lavoratori manuali ai supremi magnati e ai loro collaboratori di tutti i ranghi e, nella verità della vita nazionale, assicuriamoci le occasioni e i mezzi per discutere nell'insieme e nei particolari i nostri interessi! Un tale superiore organismo deve divenire, o agevolmente o difficoltosamente, ma sicurissimamente, fra­terno. Perché non lo dovrebbe? L'unione rappresentata dal Sindacato è stretta e diretta, e tale resterà. Può ben esservi un'altra unione, pure ampia e durevole, paragonabile a quelle unioni territoriali che raggruppano poveri e ricchi, dirigenti e diretti, nel corpo e nel cuore d'una stessa patria. Ciò sarà la corporazione.
Questa prospettiva vai bene un armistizio. Ammettiamo che non vi sia dapprima che una tregua, e corta. Sia pure! Dopo aver trattato una volta, si tratterà una seconda, una terza. Poi si giungerà a ragionare in buona amicizia e l'empia guerra cesserà d'essere endemica, sistematica. Le condizioni della pace sociale saranno da considerarsi. Nulla prova che, tra i membri dello stesso corpo, solo le guerre siano natu­rali: anche i reciproci aiuti lo sono. Perché mai coloro che possono lavorare insieme per estrarre il carbone o insufflare le bottiglie, non potrebbero impegnarsi insieme a regolare le loro difficoltà?
Il gran male dell' operaio moderno riguarda la mancanza di sicurezza? Non v'è cosa che gli appartenga in proprio, che assicuri il suo avvenire? Tipi speciali di proprietà pos­sono esser realizzati per lui: la proprietà morale della sua professione, analoga a quella del grado per l'ufficiale; la pro­prietà comune già (e troppo poco) esistente nel Sindacato, e che può essere estesa alla Corporazione dove, attraverso (45)....................................
1 Cfr. il mio Trois idées politiques - Chateaubriand, Michelet, Sainte-Beuve.

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